© Salvador Dali, Gala-Salvador Dali Foundation / DACS, Londra 2002

© Salvador Dali, Gala-Salvador Dali Foundation / DACS, Londra 2002

La pesca del tonno

La pesca del tonno di Salvador Dalí

Dalí: l'arte del surrealismo

Salvador Dalí: una dei maestri più complessi e prolifici dell'arte del XXesimo secolo. 

Ial Museo Reina Sofia di Madrid fino al 2 settembre 2013. La "paranoia-critica" dell'artista catalano distoglie temporaneamente l'attenzione della crisi economica e ridona vigore a miriadi di spagnoli in tutto il paese.

 

Salvador Dalí (1904-1989) si è trasformato dal giovane uomo dall'estrema timidezza nell'esibizionista simbolo del surrealismo: "Il surrealismo sono io". Tuttavia, il suo rifiuto per l'automatismo, le parole d'ordine collettive (soprattutto politiche), il suo individualismo sconcertante, la sua trasgressione nei confronti dello stesso surrealismo ed il suo umore devastatore sono tra le cause primarie che lo portano ad essere escluso dal gruppo diretto da Breton.

L'artista respinge l'idea annichilente di un'unica realtà ed esplora, al contrario, fluttuanti nuove dimensioni. Dopo Miró, suo ammirato predecessore che l'ha sostenuto dagli inizi, decide di distruggere il significato univoco attribuito alla realtà attraverso la sua pittura. Con l'amico Duchamp, scredita la pittura come singolo fenomeno ottico o gestuale e la definisce come una "questione mentale", seguendo le parole di Leonardo da Vinci, maestro da entrambi venerato. Secondo lui, «l'essenziale è raccontare mitologicamente la nostra vita, attraverso qualsiasi mezzo". A tale proposito, il mito di Narciso aiuta a comprendere meglio ciò che esprime la sua arte. Gli stadi successivi di Narciso espressi come innocenza, stupore, strazio, metamorfosi in fiore, stimolano, per l'appunto, le stesse tendenze creative, sadiche e autodistruttive dell'artista. La "Metamorfosi di Narciso" meravigliosamente illustrata nel suo quadro del 1937 (Londra, Tate gallery). Il fiore, che indossa così spesso all'angolo dell'orecchio, di gusto decisamente kitsch, è in realtà un vero simbolo.

Nella sua concezione polimorfa della creazione, nella quale Natura e Arte costituiscono un unico elemento, l'animale gioca un ruolo importante. L'animale rappresenta l'alterità che impregna nel profondo la sua vita e la sua opera, sia che esso sia simbolo di una certa fobia, come nel caso delle cavallette o delle formiche, o quello alla quale dona un ruolo preponderante, come la mosca, considerata una fata nella cultura catalana; o ancora l'animale visto come cibo, come nel caso del riccio di mare, con il cui guscio mantiene un fiore secco e inchiostrato per creare opere su carta. All'interno di questa concezione, si comprende in maniera decisa che Dalí si è opposto all'astrazione, e a Mondrian, ad esempio, in quanto, secondo l'artista spagnolo, davanti ad ogni immagine, anche astratta, è possibile immaginare qualcos'altro. La filosofia di Mondrian, totalmente innovatrice a partire dagli anni 1910, nella quale l'intento era "creare una pittura che non facesse pensare a nulla" al fine di mantenere armonia e pace, è un concetto agli antipodi rispetto al pensiero e alla posizione del pittore spagnolo.

 

Il giovane Dalí è sensibile alle correnti moderniste e subisce il fascino del cubismo, del purismo e del "noucentisme", movimento culturale originario della catalogna promotore di un rinnovamento del XXesimo secolo spinto dall'attaccamento alla cultura mediterranea classica. Paradossalmente, è proprio in una esasperante cultura "ultra locale" che l'artista si distinguerà. Dalí resterà attaccato alle visioni dei paesaggi caotici e onirici dell'Empordan, una specifica zona della Catalogna, per tutta la vita e, al contempo, costruirà il mito della stazione di Perpignan simbolo del centro del mondo. Lettore precoce dei testi di psicoanalisi del conoscente Freud, delle tesi di Lacan sulla paranoia, di testi scientifici o emertici, l'artista sfrutta le sue ossessioni e allucinazioni. Tramite un "processo inquisitore della materia" elastica e infinita, permette il proliferare di analogie tramite immagini multiple. Non ha cercato di riassorbire ciò che poteva apparire allucinatorio, ma al contrario lo ha esaltato auto-interpretandolo e superando qualsiasi contingenza storica e politica: "L'artista non dipende dalla storia" (1952), "La storia non mi interessa. Mi fa paura proprio come le cavallette." (1973) Dalí propone un nuovo modo di osservare: "Sapere osservare è un nuovo sistema di autovalutazione spirituale. Saper osservare è un mezzo per inventare." Tuttavia, il suo metodo "paranoico-critico" non si limita solamente ad una strategia di tipo visiva: un pensiero attivo, la liberazione di fantasmi e inquietudini che lo perseguitano persino nel linguaggio, aprono le porte ad "un discorso metodico di approccio della realtà che cerca di mettere ordine nel caos iniziale del desiderio" (M. J. Borja-Villel, direttore del Museo Reina Sofia). Grazie alla sua conoscienza di diverse lingue (catalano, spagnolo, francese, inglese), le sue opere e performance sono intrise di giochi e giri di parole che creano poesia e fantasmagoria. I suoi abbondanti scritti e le interviste video rappresentano un valido strumento per comprendere la sua filosofia. Un esempio riguardo alla sintesi verbale può essere rappresentato da ciò che afferma in uno dei suoi testi su Picasso intitolato "Picasso e me" (1951, 1957) : "Sono Dalí, che in catalano vuol dire Desiderio e Gala è mia" (Gala, sua moglie, musa e mentore) o, ancora, il gioco di parole tra "Dalí" e "dailies", titolo della sua rivista americana degli anni 1945/47. "Dalí News, monarch of the dailies", ovvero le notizie di Dalì, monarca delle notizie/cose del quotidiano. Anche il suo nome, Salvador, lo stesso del fratello morto poco dopo la sua nascita, è stato un simbolo per Dalí, che si identifica come sostituto e "salvatore" per la sua famiglia e per il mondo dell'arte.

 

Il parallelismo o il paragone con Picasso è un capitolo interessante per inquadrare Dalí e per apprezzare l'aura e le influnze reciproche dei due artisti. Dalí ammira Picasso e lo considera come un secondo padre rivale nell'arte. Beneficia del suo sostegno sin dai suoi primi viaggi a Parigi nel 1926. La conclusione del suo scritto "Picasso è il più grande genio... " (pubblicato nel 1960) è la sua maniera tutta personale di riassumere la loro posizione: "Picasso ha voluto inventare / Picasso è anarchico / Io monarchico... Picasso ha voluto disintegrare / Io integrare / Picasso ha voluto inventare nuovi strumenti espressivi / Io ritrovarli." Nonostante la sua gloria e ricchezza, Picasso ha mantenuto un'apparenza semplice e familiare. Dedicato al lavoro, non stravagante e con determinate convinzioni politiche, non ha avuto alcun desiderio di viaggiare negli Stati Uniti. Al contrario, negli anni '40, proprio nella nazione a stelle e strisce, Dalí diventa lo straordinario pubblicitario di sè stesso, nonché dandy provocatore e seduttore della nuova società americana dello spettacolo. Nel suo comportamento esiste una volontà di pervertire un sistema, di andare contro ad una, come da lui definita testualmente, "cretinizzazione" dei mass media. Mentre Picasso non ha voluto che le sue opere fossero presenti in Spagna fino alla comparsa di un sistema democratico, Dalí ha oltraggiosamente proclamato la sua adesione al regime fascista di Franco. Questo sostegno, non privo di ironia e del desiderio di infastidire, che ha portato all'artista libertà e una relativa divulgazione delle sue opere in Spagna, potrebbe passare a sua difesa come una perversione del proprio io interiore, anche se gli oppositori e le vittime del regime non sono mai stati troppo convinti di questa versione.

 

Di primo acchito, Dalí può apparire come un pittore tecnico classico, fedele sostenitore del disegno accademico, della prospettiva tradizionale, con una grande conoscienze dell'arte del passato, ma l'applicazione di questa tecnica su temi poco convenzionali, la sua paranoia critica e le sue deformazioni e associazioni iconografiche creano un'ambiguità destabilizzante tra ciò che è "normale" e ciò che è "anormale", delineandone un profilo artistico conservatore innovativo e sconcertante. Pur rilevando in Meissonier una mancanza di immaginazione, ammira la sua abilità nella quale riconosce, per provocazione, i primi cenni dell'action-painting, e, per questo, gli rende omaggio impiegando una tecnica gestuale degna di un pittore americano degli anni '50 o del suo amico Mathieu. Tuttavia, nonostante la sua posizione diffidente, persino sarcastica, nei confronti della corrente avanguardista, numerose fasi della sua arte ci rivelano la sua curiostià, la sua vicinanza a o la sua influenza verso le nuove tenedenze. La tecnica minuziosa trova un eco negli "iperrealissti" degli anni '60, le sue immagini multiple ne trovano un altro nell'"arte ottica" degli stessi anni, i suoi elementi di interpretazione simbolica posso essere paragonati a tratti dei "nuovi realisti" (Arman, César) o a tendenze kitsch contemporanee (Koons), mentre il "cannibalismo" della materia e le tematiche pittoriche dei "cassetti" posso essere relazionate all'arte di Tàpies (nonostante la loro opposizione). Dalla sua ammirazione per Gaudí e la difesa del "moderno stile fenomenale", l'elogio del molle, con i suoi orologi disciolti che dilatano lo spazio e il tempo e le sue forme plastiche, l'artista rinnova un'estetica organica che si ritrova nelle sculture morbide di Oldenburg o nelle donne dalle forme gonfiate di De Kooning, artista che dimostra di apprezzare notevolmente. Dopo la guerra, nella sua fase denominata "atomica", associa il puntinismo di Seurat ad una teoria atomica e molecolare che sembra evocare le creazioni "Pop up" del celebre Lichtenstein. Le sue opere, ispirate alla tecnica laser, sono una prefigurazione delle immagini di sintesi prodotte dal computer. Le sue creazioni stereoscopiche (visione binoculare) degli anni '60 e la ricerca effettuata in relazione agli ologrammi degli anni '70 anticipano lavori recenti sulla visione in rilievo o in "3D". I dipinti risalenti agli anni '60 e '70 sono tra i più interessanti da scoprire nelle esposizioni a lui dedicate in corso. "La pesca del tonno" (1967), ad esempio, riunisce tutte le tendenze nella quale Dalí riconduce un "pompierismo quintessenziato" ed evoca, inoltre, le opere di Polke.

Secondo Duchamp, molti giovani artisti erano "Daliniani". Tra di essi, sia per le tecniche, gli atteggiamenti e l'attitudine mondana, citiamo il suo amico Warhol. Oltre alle sue apparizioni cinematografiche, di grande importanza per lui (Buñuel, Hitchcock, Disney), uno degli aspetti più in mostra nelle esposizioni a lui dedicate è l'importante contributo di Dalí nell'aver creato un vero e proprio personaggio di sè stesso all'interno di un'arte teatrale. Dalí è un'artista che diventa quadro vivente e inventa un concetto estremamente futuristico: l'happening o la performance. Da qui la sua dichiarazione "Sono un pittore teatrale", e la creazione del suo "teatro-museo" a Figueres. Secondo JH Martin, curatore della mostra, Dalí è un "artore". Per concludere, Dalí è una sorta di storico dell'arte, un "iconologo" non convenzionale, a volte giullare a volte signore leale, deliberatamente burlesco nel giudicare e valutare i suoi pari del passato o contemporanei e interprete audace di opere classiche quali "L'Angelus" di Millet o "Merlettaia" di Vermeer, per mostrarci un mondo tragicomico.

Articolo di Christian Lassalle, storico dell'arte

 

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